IL CRISTALLO, 2010 LII 1 [stampa]

ANTONIA IZZI RUFO, Dilemma, Empoli, Ibiskos-Ulivieri, 2010, pp. 44, 12 euro

recensione di ENRICO MARCO CIPOLLINI

È tale, presentato da Ilaria degl'Innocenti, un breve poemetto poetico.

Al di là delle belle parole della recensione che mette in risalto la simbologia e "il penetrante e acceso squarcio provocato da una ferita che continua a sanguinare", io vedo in una riedizione con sensibilità moderna della bella favola di Lucio Apuleio, Amore e Psiche, ripeto con sensibilità moderna così come è vero che oggi non si ri-potrebbe riscrivere, anche con un novello Omero, né Iliade ed Odissea, mutatis mutandis.

Ha scritto il grande filosofo Heidegger che la poesia non è il linguaggio ma la possibilità del linguaggio stesso.

Sono perfettamente d'accordo, è il linguaggio poetico che può scoprire l'essere contro l'oggettivazione occidentale dell'ente, un modo per sortire dalla metafisica tradizionale che ci ha accompagnato e ci accompagna tuttora.

Onde per cui la poesia è quel modo non oggettivante del linguaggio, visto che al momento si tende a quantificare, a misurare tutto.

Nelle Metamorfosi, Apuleio (libri IV, V e parte del VI) ci narra la avventura-disavventura tra Amore o Cupido (o anche Eros) e Psiche. Ma la madre di Cupido, Venere, chi aveva come ancelle? Consuetudine, Ansia e Tristezza. Sì, la dea dell'amore per antonomasia tra la sua servitù aveva proprio tali ancelle il cui nomi, intelligenti pauca, dicono tutto. Codesta recensione non è concepita a scopo didascalico quindi per leggerla si abbisogna di un «invito» soggettivo quanto si voglia ma non un apparato di note. Ed Amore, qui lo usiamo con la maiuscola in quanto mai plebeo, basso anche se Psiche nel suo rapporto d'amore con Cupido avrà un figlio che "noi chiamiamo Voluttà".

Già, per dirla con Nietzsche, "quale profonda superficialità gli antichi" (greci) anche se Apuleio, riprendendo la leggenda suddetta da fonti della tarda antichità greco-bizantina, non era greco ma "afro", abitante nell'attuale Algeria. Ma tutto il mondo tardo antico sentì rifulgere la presenza della grandezza greca che dovrebbe essere la culla della nostra civiltà e della nostra cultura.

E nel poemetto di Antonia Izzi Rufo riviviamo gli "archetipi" (come ha ben espresso Jung) della passione d'amore miscelati tali ad esperienze moderne e contemporanee nonché da ciò che ha evidenziato Degl'Innocenti che ha steso la prefazione: la autobiograficità ben celata di alcune esperienze provate dalla Poetessa. Autobiograficità che si fa palese nelle dense 14 pp. dell'agenda poetica, sempre della sig. ra Atonia, avuta nel plico postale con il libro suddetto. Una "mini-agenda poetica" per il 2011 dove il suo straripante amore non conosce confini, ti prende e ti fa commuovere.

Chi ha occhi (o meglio mente) deve vedere o dovrebbe altrimenti si ricade nell'ammonimento del Vangelo secondo Giovanni rivolto ai farisei, "habent oculos et non vident" -frase che è un capolavoro di filosofia e umanità.

Quella umanità che noi, pesando e soppesando il quantitativo, stiamo perdendo. Anche in amore succede ciò: «chi è, che mestiere o professione esercita» invece di esclamare «sii felice!».

Ma l'amore è pena, solitudine, tristezza, non ama i calcoli da ragioniere.

Riporto (p. 14) un archetipo tipico dell'amare a tutto tondo:

[…]
In te ci rifugiamo
Solitudine
Se soli con noi stessi
Vogliamo restare
Per riposare
Smaltire affanni
Riflettere
Creare
[... ]

La Solitudine, il porto segreto, l'unica via per uscire dalle illusioni e disillusione del nostro incedere quotidiano che è la vita, meglio l'ek-sistere, dove noi, essenti, uomini o donne, siamo condannati a vivere perché il più delle volte il miraggio dei nostri sogni si rivela così com'è nella sua totale crudezza: un sogno che spesso non riusciamo neppure a carezzare ma ci tortura (ritorna l'«excrucior» catulliano in amore che è, ci viene dagli dèi come un miracolo, l'unico miracolo da assaporare fino all'ultima goccia, costi quel costi) con le sue pene, le sue amarezze, i suoi balbettii. La vita s'infrange e con essa i nostri desiderii più intimi, più genuini. Non a caso, ma non voglio per nulla anticipare ciò che io ho inteso (o frainteso?) nel poemetto, perché di tale si tratta, s'intitola Dilemma.

Sempre pronta a stupirci la poetessa di Scapoli, non voglio ripetermi anche se non vive lì, con la sua poesia o creazione, alla greca intesa, come il libro ove ho tentato di dare degli spunti di lettura e il suo inno alla vita pienamente intesa nelle liriche trasbordanti di amore e di forza tanto genuina quanto elaborata come quelle presenti in Miniagenda poetica 2011, ora che si "ama", si fa per dire, in chat o si considera l'amore in modo meccanico, sine nobilitate che tale sentimento (o pulsione) invece possiede.