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Per il 25 aprile: la Resistenza nel teatro italiano.
Alcuni esempi




di Massimo Bertoldi

La rievocazione di fatti storici legati al 25 aprile, in primis la Resistenza e i suoi valori, affiora nella drammaturgia italiana come le onde di un fiume carsico. Pur rivelandosi senza soluzione di continuità, il repertorio è ascrivibile al filone del Teatro Civile che trova in Grande Festa di Aprile di Franco Antonicelli (Torino, Einaudi, 1964) uno dei suoi punto di riferimento. Si tratta di una «rappresentazione popolare» della storia italiana, dall’assassinio di Matteotti alla Liberazione, raccontata attraverso la polifonia di voci comuni che lottano per la libertà dal nazifascismo, tra ribellione anarchica e senso del dovere, tra sogno ideale e crudo realismo.

Il ricorso alla memoria storica trasmessa da fonti prevalentemente popolari ritorna in Radio Clandestina di Ascanio Celestini (Roma, Donzelli, 2005; Torino, Einaudi, 2020), intenso monologo incentrato sull’eccidio nazista delle Fosse Ardeatine e fondato su un corpo di testimonianze orali utili per narrare in «maniera viva, diretta e non rovesciata» le vite dei partigiani fucilati, tanto da mettere in discussione luoghi comuni acquisiti anche a livello storiografico.

Il 4 giugno 1944, giorno della Liberazione di Roma, è il contesto in cui Celestini ambienta il successivo Scemo di guerra (Torino, Einaudi, 2006). Il monologo è ricavato ancora da fonti orali, segnatamente quelle del padre dell’attore-drammaturgo, all’epoca bambino, che racconta in modo tragicomico un reticolato di storie individuali, di punti di vista che si incrociano, si sovrappongono e si compattano nelle mille sfaccettature della resistenza-resilienza quotidiana, come l’arte di arrangiarsi per sopravvivere in una città confusa in quanto non si comprende bene la distinzione tra l’alleato americano e l’occupante nazista.

4 Bombe in tasca di Ugo Chiti (testo pubblicato nella racconta La recita del popolo fantastico, Milano, Ubulibri, 2004) è un viaggio nella memoria della Resistenza lungo un percorso narrativo costruito su una serie di flashback di lotta al nazismo combattuto sulle colline toscane nella primavera del 1944. Intorno a cinque partigiani, impegnati a presidiare un’importante postazione, e alla staffetta, prendono forma sentimenti e voci, presenze e fantasmi che lottano, subiscono rastrellamenti, rappresaglie, torture cui si contrappone la manifestazione di gesti umili e di umana solidarietà. Il recupero della memoria storica si adatta ad un racconto epico di stampo tragico e realistico, qua e là contaminato da effetti farseschi.

Merita particolare attenzione anche la drammaturgia di Renato Sarti per il modo con cui assorbe il materiale storico ricavato da fonti autentiche e dirette. Il suo approccio narrativo assume la Resistenza e la lotta al regime da un’ottica femminile come in Nome di battaglia Lia (2013), vale a dire una partigiana milanese, già incarcerata e torturata dai fascisti, poi colpita al ventre da una raffica di mitra di nazisti in fuga dalla città. Succedeva il 24 aprile 1945 e la donna, incinta di cinque mesi, stava correndo in bicicletta all’Ospedale Niguarda per portare soccorso ai feriti di guerra.

Si rimane in area milanese, precisamente a Sesto San Giovanni tra il 1943 e il 1945, e sono ancora storie al femminile di lotta e di coraggio quelle presenti in Matilde e il tram per San Vittore dello stesso Sarti (Imola, Cue Press, 2018). La Resistenza si declina in quattro grandi scioperi avvenuti nelle grandi fabbriche impegnate nella produzione di beni a sostegno degli ultimi respiri della Repubblica Sociale. Furono scioperi dalle conseguenze drammatiche: 570 furono gli operai deportati, la metà dei quali morì nei lager. Il senso di Resistenza come valore di libertà dalla dittatura si concretizza in piccoli e grandi gesti quotidiani vissuti anche nella clandestinità, con lo spettro della fame e della morte dietro l’angolo.

In linea con la poetica del Teatro Civile, Sarti attinge materiali storici da documenti e da testimonianze offerte dai sopravvissuti, per impaginare una serie di quadri asciutti, essenziali e di marcato stampo realistico, sottolineato dal ricorso al dialetto.
I testi sommariamente esposti, diventati copioni di importanti spettacoli, condividono un linguaggio quotidiano e diretto, del tutto immune da slittamenti nel decoro estetico, tantoché, solitamente, l’interprete non ricorre alle rassicuranti scappatoie della recita di intrattenimento. Punta piuttosto a coinvolgere la platea con la forza della parola a sostegno della memoria storia, raccontando fatti documentati, drammatici, per guidare alla riflessione sulla libertà e sulla democrazia conquistata dai tanti protagonisti, uomini e donne, della Resistenza al Nazifascismo.