IL CRISTALLO, 2010 LII 1 [stampa]

ADRIANA ASSINI. Un sorriso di arsenico. Scrittura & Scritture Ed. Napoli. 2009. Pp.232., 11,50 euro

recensione di SANDRO ANGELUCCI

"Il sole era alto, la meta lontana. Col cuore sgombro e i pensieri leggeri, seguì il filo azzurro e la sua promessa di mare. 'Non tutto è perduto per sempre...' mormorò tra sé accompagnando le parole con un respiro profondo, convinta che il destino potesse ancora riservarle qualcosa di buono.".

Si conclude così Un sorso di arsenico di Adriana Assini, con i passi fiduciosi di lei - la protagonista - verso un orizzonte luminoso in cui nuovamente credere e sul quale contare per il futuro. Sembrerebbe l'epilogo di una storia d'amore disillusa e sconfitta - e certamente lo è - ma è anche il finale di un romanzo che si propone altri obiettivi, altri intendimenti, altri contenuti che s'intrecciano con la trama amorosa mettendo in risalto aspetti, solo apparentemente secondari, che vogliono portare all'attenzione del lettore problemi di carattere sociale, politico e religioso. Vero è che l'ambientazione non è quella dei giorni nostri, in quanto i fatti si svolgono in anni a noi lontani, in pieno diciassettesimo secolo, in un'epoca barocca e oscurantista contrassegnata da abusi di potere e da cruente esecuzioni, da un lato, e dallo sfarzo nobiliare e clericale dall'altro, ma altrettanto attendibile è che quegli avvenimenti, con i dovuti confronti, possono essere facilmente trasferiti nell'odierna realtà; ecco, crediamo che queste connotazioni non vadano assolutamente sottaciute se si desidera, parallelamente alla vicenda sentimentale - lo ripetiamo -, entrare nel vivo dell'opera e, perché no, comprendere più a fondo gli stessi sentimenti che si agitano nel cuore della protagonista.

Giulia Tofana, "meretrice dalla bellezza prorompente", è una donna combattuta sia in amore che nel temperamento e, ciò nonostante, con una forte personalità che la spinge a perseguire - con coraggio e assumendosene i rischi - le aspettative delle proprie aspirazioni. Pur di credere ai sogni, ella non esita a preparare una mistura velenosa - a base di arsenico, appunto - destinata, dietro cospicui compensi, agli scopi omicidi delle dame dell'alta società che scelgono la via più comoda e sbrigativa per liberarsi dalle angherie di coniugi anziani e d'impaccio. Quello della prostituzione è il mestiere che le permette di vivere e, non di meno, di godere "di alcune protezioni nelle alte sfere" di cui vantarsi e, nello stesso tempo, giovarsi per un mai trascurato bisogno di dignitosa rispettabilità ("... non aveva mai frequentato quel gran bordello che si estendeva dalla Boccerai della Foglia fino giù alla Cala. Né s'era mai venduta a mozzi e contadini").

Siamo a Palermo, ed è qui che ha luogo la prima parte del romanzo: una Palermo povera e sporca, che le aveva dato i natali, ora oppressa dal dominio degli spagnoli. Qui, avviene l'incontro con il "Normanno", il barone Manfredi, dal quale Giulia è profondamente turbata riconoscendo in lui il suo uomo ("... per difendere il suo amore... s'era inventata un'altra vita, celando ostinatamente la propria, in attesa che un miracolo potesse cancellare perfino il ricordo di ciò che era stato il suo torbido passato").

Sulla base di queste menzogne - "quello era il prezzo da pagare per aver voluto vivere un sogno a lei negato" - e la vendita di malefiche pozioni, la storia va avanti sino al giorno in cui si presenta alla sua porta un frate, "un uomo d'ingegno, di vedute ampie, a volte perfino in contrasto col saio che indossava", che dice di volerla proteggere dai guai in cui coscientemente s'è cacciata, offrendole la possibilità di partire con lui, per nave, alla volta di Roma, dove si sarebbe preso cura di lei per amore ("sarò pure pazzo, ma vi amo... La vostra bellezza m'incanta, eppure... sopra ogni altra cosa, adoro il fatto che non abbiate un'anima, mia cara Giulia... In modi diversi abbiamo lottato entrambi contro la stessa infamia, la medesima miseria. E quel che più conta, è che di ciò che siamo diventati in seguito non ne portiamo noi la colpa...").

I fatti vanno realmente come fra' Nicodemo - questo il suo nome - s'era augurato: la bella siciliana, imponendosi di dimenticare Manfredi, si trasferisce con il religioso nella città eterna dove impara a vestire, a relazionarsi, a scrivere, a conoscere il gusto ampolloso e sfrontato di quella società ma, anche, le sue stridenti contraddizioni, la crudeltà delle leggi della Santa Inquisizione, la brutalità delle morti perpetrate in nome della giustizia divina. E, dove, alla fine, tornerà a "rimaneggiare la fiasca con l'arsenico per capire che sotto gli abiti alla moda batteva ancora il cuore della stracciona nata al Papireto... che dietro a tanta smania di diventare una rispettabile dama... c'era... solo la voglia d'essere degna di Manfredi.".

Prima che il romanzo volga al termine - di cui, inizialmente, abbiamo riportato le parole conclusive - ci sono, però, un paio di episodi, che avvengono a Roma, che meritano di essere ricordati, non fosse altro che per rendersi ulteriormente conto della complessità e, insieme, dell'autenticità della donna che ricopre il ruolo predominante in Un sorso d'arsenico: ci stiamo riferendo ai due ultimi incontri che, una Giulia ormai ridotta a fare il bucato per il vicinato, ha con gli uomini della sua vita. Il primo - quello con il "Normanno", nel frattempo giunto appositamente per lei - sancisce il definitivo addio del loro amore ("Troppe illusioni. Troppe menzogne..." sostiene ora Manfredi, e lei gli risponde con alcuni versi che aveva conservato e che lasciano chiaramente intendere l'intensità del suo sentimento); il secondo - quello con Nicodemo che, per dedicarsi a Dio, a suo dire, l'aveva abbandonata - è il preludio al finale ("in fondo, qualunque cosa tu dica, sono sicuro che, malgrado le apparenze, dentro di te ci sia posto più per gli angeli che per i diavoli..." le dice il frate proponendole di aiutarla facendola ospitare in un monastero).

Giulia finisce per accettare ma, alla vista del chiostro, dei "volti giallognoli e privi di sorriso" delle spose di Cristo, "schiacciate da una regola che pareva sollecitarle non tanto all'amore verso l'Altissimo, quanto al disprezzo per se stesse", obbedisce all'istinto animale che, dapprima la obbliga a rallentare il passo, poi, la induce a scegliere un'altra soluzione: quella dell'ignoto ma anche quella della libertà.

Eccoci, di nuovo, all'epilogo, con questa novella Maddalena, "cresciuta nel fango (e) attratta dal lusso", che "dentro di sé covava l'oscurità, ma fuori esplodeva di luce", che "affondava le radici nell'umido della terra e guardava al cielo come a un'impalpabile dimora". E ci piace pensare al suo viaggio come il viaggio della speranza di tutti gli uomini e le donne che non hanno ancora perso, insieme a se stessi, la voglia di lottare e di prodigarsi per la verità delle proprie convinzioni.

È delle persone come Giulia Tofana che ogni società, compresa la nostra, ha bisogno: in un mondo dove regna sovrana l'ipocrisia, ben venga chi mente solo per amore, chi sa volare verso il cielo con i propri pensieri "provocando l'invidia delle stelle".

Ad Adriana Assini, il merito, lodevolissimo, d'averci indicato - attraverso una scrittura piana, scorrevole, delicata e pregnante al contempo - l'inesauribile vena della miniera del sogno.