IL CRISTALLO, 2010 LII 1 [stampa]

FERDERICO PETTINARI, LUISA VERA, La traccia del corpo, La Meridiana, Molfetta, 2010

recensione di EUGEN GALASSO

Il testo si vale anche dei contributi di Laura Buraccioni e di Silvia Mastrini. Il sottotitolo "Scritto, percepito, rappresentato", peraltro, è più che emblematico. Tutti gli autori (meglio, le autrici, con l'eccezione di Federico Pettinari) sono, in primis, pedagogisti clinici, oltre a varie altre formazioni, dove per es. Luisa Vera è anche logopedista e psicomotricista, Pettinari ha varie formazioni in più, quindi si rifanno a una "pedagogia del concreto, che considera la persona come unica e irripetibile" (op.cit., p. 16), definizione che sicuramente va bene anche al decano e fondatore della pedagogia clinica, il prof. Guido Pesci, fiorentino, cui il libro è giustamente dedicato. Un approccio "umanistico", certo, quello pedagogico-clinico, ma dire tout court "umanistico" non soddisferebbe Pesci e gli altri/le altre autori/autrici, giustamente, perché un "approccio umanistico" talora rischia di essere vago, mentre, appunto, la pedagogia clinica è concreta. Ma vorrei tornare segnatamente al citato sottotiolo: "Scritto, percepito, rappresentato", che si riferisce appunto alla concretezza delle esperienze: non ha senso insegnare e/o apprendere qualcosa se di ciò non si fa esperienza diretta, in altri termini, anche appunto "corporea", e qui torna in campo direttamente il titolo, perché il nostro corpo, con cui facciamo tutte le esperienze che ci aprono le "porte della vita", è veramente il canale per conoscere la realtà e tutte le esperienze che con esse si collegano. Il grande retaggio umanistico: potremmo dire, con una certa enfasi, forse forzando quanto ci dicono i nostri autori, che esso, a differenza di altro, ci apre "the doors of perception", dove con questa espressione cito maggiormente l'architesto di Aldous Huxley piuttosto che la band, anche poetica ma un po' "scoppiata", in specie per merito (???) del grande cantante-autore che ne era il leader, il compianto Jim Morrison, che ne voleva raccogliere il testimone. Naturalmente, la ricerca d'anteguerra di Huxley come quella posteriore dei Californiani rincorreva un mito pericoloso, il che, ovviamente, non succede minimamente nel libro presente. Si tratta invece, di esperienze fatte con il corpo, fin da bambini/e che difatti in questo caso gli autori/le autrici hanno svolto nelle scuole per l'infanzia di diverse località dell'Umbria (tutti gli autori sono di diverse località umbre, da Perugia a Orvieto, pur se Luisa Vera è di una zona di confine tra Orvieto e il Viterbese), scuole che, nonostante qualche episodio ingigantito dai mass-media, spesso con una certa volontà scandalistica, rimangono, una delle esperienze educative e formative più importanti della realtà europea se non mondiale. Fin dall'inizio, in realtà fin dalla nascita, la persona deve essere stimolata anche direttamente sul piano sensoriale, anzi, per meglio dire: devono venirle offerte possibilità diverse per attivarsi con esperienze sensoriali e corporee, dove, come la pedagogia clinica da sempre ribadisce, tali esperienze non devono essere imposte (molti/e di noi ricordano gli scempi della "ginnastica correttiva", per es. o comunque connessi con la stessa o almeno con le sue conseguenze), ma semplicemente "proposte". Invece, ribadendo, con citazioni che vanno dal compianto otorinolaringoiatra, ma soprattutto foniatra Alfred Tomatis all'altrettanto compianto maestro Orazio Costa, grande regista teatrale e autore del metodo omonimo, gli autori ci mostrano come "un corpo inanimato, nel senso letterale del termine, non può generare suoni" (op.cit., p.12) , dove si ribadisce anche il rapporto diretto movimento-suono-voce, esemplificato, con accezioni certo diverse ma in realtà assolutamente convergenti, sia da Tomatis sia da Costa, mostrando come le funzioni corporee e quelle sensoriali, ma anche cognitive siano strettamente unite in una dimensione totale, reticolare, quale quella sempre teorizzata, ma anche praticata dal pedagogista clinico. Del resto, pur se con certi eccessi, questa concezione, presente in maniera implicita in tante concezioni filosofiche e non solo, da Bruno, Campanella, Paracelso a Schelling, Schiller e Goethe (inutile ribadire che anche in questo caso ciò avviene con accezioni decisamente diverse, tipiche del resto della singolarità teorica di ogni autore, sicuramente di quelli citati in quest'occasione) a quasi tutta la scienza moderna (da Einstein a René Thom all'epistemologia di Maturana, senz'altro), era stata teorizzata da uno psicoanalista e "analista del carattere" un po' eretico rispetto a ogni scuola canonizzata di psicoanalisi quale Wilhelm Reich, il quale era probabilmente troppo "preso" dalla scoperta di quella che riteneva "clavis universalis" di ogni conoscenza, ossia la sessualità, anche in chiave biologica (quella sorta di "molecola" che per Reich è l'orgone) ma che, pur se in maniera appunto quasi certamente troppo decisamente "mirata" aveva colto in forma non metafisica il nocciolo del problema. Oltre Reich e oltre gli approcci citati, certo tesaurizzando lezioni come quelle citate (Pesci e Maturana in primis), Federico Pettinari, Luisa Vera e le altre autrici si richiamano agli anzidetti principi e ad altri quali la capacità di "giocare con l'aria" (a p.23), ma anche appunto "la capacità di distribuirsi nello spazio" (op.cit. .p.37). Dove il gioco, anzi i giochi, sempre nell'"accezione nobile" del play-non del game-quale scoperta, che potremmo tranquillamente definire anche scoperta del mondo della "realtà", almeno di quanto della realtà è accessibile al bambino, diviene chiave di volta per conoscere sé stesso/a e il mondo come possiamo conoscerlo. Educazione e cultura: da anni, giustamente, i pedagogisti clinici e in primis il citato Guido Pesci si battono per il pieno riconoscimento dell'educazione, non dell'"istruzione", anche a livello di denominazione dell'omonimo ministero; si tratta, cioè, di ristabilire il principio per cui l'importante non è l'imbottire di nozioni, spesso apprese controvoglia e magari solo mnemonicamente (dove l'ars mnemonica è certo importantissima, come riconosciuta ormai da tutti, ma sicuramente non può stare da sola) e meccanicamente. L'"educere" (più "accompagnare fuori" che "condurre fuori", dunque, verso il mondo, la realtà) più importante dell'"instruere", che vale sì= "istruire, insegnare", purtroppo anche "ammaestrare", ma in primis corrisponde a "fabbricare, costruire, disporre", dove la "fabbricazione", la "costruzione", nel caso migliore la "disposizione" si viene a riferire a un arredamento o a una disposizione/fabbricazione di nozioni, non a una reale disposizione della persona ad accogliere e rielaborare razionalmente tali nozioni. Una battaglia persa, nell'immediato, forse; ma la pletora di nozioni che possiamo ricevere via Internet, che non si limita, sul piano quantitativo, a quelle apprese a scuola o anche all'università (pur se Wikipedia, per es. rimane decisamente in ambito generalista, con scarsi approfondimenti), impongono evidentemente delle scelte: si tratta di scegliere le nozioni da immagazzinare e ciò non sarà più possibile in modo banalmente trasmissivo (quasi ci fosse solo una direzione di trasmissione, dall'emittente al ricevente), ma interattivo, con la guida e il coordinamento di un docente, di un "educatore", ma anche con suggestioni che possono (nel caso migliore: dovrebbero assolutamente) provenire dai riceventi/studenti/allievi. Un modo, da un lato, per riformare completamente il sistema scolastico e universitario, ma anche in genere di trasmissione del sapere, ma dall'altro ciò non implica un'anomia educativa: ci sarà sempre "chi sa", perché ha approfondito certi concetti, ne coglie i collegamenti meglio degli altri, perché sa "porgerli" etc. D'altronde, però (e anche e soprattutto qui sta/si radica il ruolo del pedagogista clinico nella sua specificità, non come pedagogista speciale" o qualcosa di simile) bisogna creare le condizioni migliori per poter apprendere, per poter "ricevere cultura" e ciò ad ogni livello di formazione, ad ogni stadio evolutivo della persona umana, insomma ad ogni età. Il "kalònkagathòn", ossia l'endiadi forte tra il Bello e il Buono (più che tra Bellezza e Bontà, dove l'ipostatizzzione dei due concetti vira comunque verso l'astrazione) della Grecia classica, ripreso da Friedrich Schiller nelle sue "Lettere per l'educazione estetica dell'uomo" ("Briefe zur aestethischen Erziehung des Menschen") e da Herbert Marcuse in "Eros and Civilisation" (Eros e Civiltà), ma anche altrove, non può passare solo attraverso una sorta di "innamoramento estetico", quasi da "pre-sindrome di Stendhal" ma deve passare, ancora una volta, attraverso una serie di esperienze guidate e proposte, che aiutino la persona (nella fattispecie del libro il bambino in età prescolare) ad apprendere. Chiaro che, in questo schema non impositivo-direttivo (senza però cedere alle troppo facili sirene dello schema "antiautoritario", che rischia di non significare nulla), si trovano anche le possibilità per scoprire (o ri-scoprire) potenzialità latenti in campo creativo, letterario, artistico etc, come, peraltro, in quello logico- deduttivo/"scientifico". Impossibile, ovviamente, che da mane a sera ritrovarci- ad essere tutti novelli Dante, Petrarca, Giotto, Leonar-do, Michelangelo, Bach, Mozart, Hugo, Goethe, Kant, Hegel, Freud, Proust, Pirandello o chi vogliate inserire, ad libitum vestrum ma, sicuramente, un percorso pedagogico-clinico (qui, per es., si applica il metodo "Edumovement"® e in parte "Touch-Ball"® e "Body-Work"®) può contribuire in modo determinante ad aprire le famose "porte della percezione". La poesia, per rimanere nell'ambito più caro alla nostra rivista, è evidentemente frutto di intuizione creativa, ma anche di studio e applicazione (limae labor, ma anche altro, conoscenza della poesia a 360 gradi, diremmo), ma evidentemente un approccio dolce ed energico a un tempo come quello pedagogico-clinico, descritto in tante opere da Guido Pesci (tra le tante altre e le più recenti, segnalo solo "Percorso Clinico", Roma, edizioni MA.GI, 2004, "La diagnosi pedagogica", Roma, Armando, 2004, "Pedagogista clinico", Roma, Ma.GI, 2005, "Le radici della pedagogia speciale", Roma, Armando, 2005) favorisce il "distribuirsi" (cfr. anche sopra) ma anche il "sentirsi nello spazio", la formazione all'ascolto, ma anche della propria voce, del suono e dei suoni, quindi l'intrinseca musicalità sempre insita in ogni forma di poesia, a meno che non sia semplice prosa travestita da poesia... Un ambito, quello poetico, dove la disposizione all'ascolto e la produzione attivo-creativa tendono decisamente a fondersi, tra l'altro. Una via, si dirà; certo: tra le altre, se vogliamo, ma una via non casuale, ben testata e dai risultati sicuri. Ma siamo proprio sicuri che ogni possibile corso di "creative writing", di scrittura creativa, magari guidato da persone che magari sviluppano intuizioni geniali ma non hanno imparato abbastanza a trasmetterle dia di più di un cursus studiorum impegnativo (dopo una laurea, possibilmente specialistica e attinente all'ambito esaminato, si deve fare un percorso praticamente nuovo in toto) e sempre verificato-verificabile?