IL CRISTALLO, 2011 LIII 2-3 [stampa]

ALDEMARO TONI, Notizbuch der fuenften Liebe - Taccuino del quinto amore, a cura di Christoph Ferber, Editionmevinapuorger, Zurigo, 2011, pp. 136, Euro 12,00.
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recensione di LEANDRO PIANTINI

Questi racconti di Aldemaro Toni disegnano la fisionomia di un autore che ha ormai una sua personalità ben definita, inconfondibile. Il libro è un'antologia dei racconti pubblicati nel corso degli anni da Toni, ed è formato dai testi italiani seguiti dalla traduzione tedesca, traduzione che è opera dello scrittore elvetico Christoph Ferber, autore anche di una pregevole introduzione.

Il libro è una buona occasione per fare il punto su Toni narratore. Caratteristica di questo scrittore toscano è di raccontare fatti, disegnare personaggi e atmosfere, in un suo modo apparentemente svagato e quasi sornione, che tende a non fornire molte spiegazioni. Ma intanto, in poche pagine, starei per dire con svelte pennellate, il racconto cresce e s'irrobustisce, e dopo poche frasi ci mette davanti ad un piccolo mondo provinciale, ad un realtà semplice e quotidiana. Una realtà che solo il narratore, siamo portati a credere, conosce e padroneggia bene e che forse fa vibrare un suo sentimento segreto. Ma questo direi che trapela soltanto, non viene mai esibito, comunicato a chiare lettere. O meglio lo scrittore vuole che una vibrazione emozionale trapeli ma tende a farlo in maniera indiretta, allusiva.

Nei brevi racconti di Toni compaiono ville di paese, giardini, giovani ragazze, in un tempo fatto di indugi, di attese, di sogni, e di abitudini domestiche tipiche della piccola borghesia toscana di qualche decennio fa. Un mondo che direi latamente cechoviano e cassoliano, e forse non immemore anche di echi e di suggestioni, più evocate che manifeste, derivate dalla grande narrativa esistenziale di Federigo Tozzi, autore che credo sia molto caro a Toni. Il quale ha lavorato in questi anni con alacrità portando a maturazione un suo stile narrativo, una sua poetica, in alcuni volumetti dal titolo La canonica, La Borghi, Una guerra lontana e Doddy, dai quali il Ferber ha attinto per realizzare la presente antologia.

Della produzione di Toni è possibile oggi delineare la linea di sviluppo ed i mutamenti significativi che hanno avuto la sua narrativa e il suo linguaggio man mano che il suo lavoro procedeva. Toni è uno scrittore pienamente immerso nella tradizione toscana otto-novecentesca, ed è naturale che sia così, considerando anche il fatto che lo scrittore di Fucecchio dirige da trent'anni la toscanissima rivista Erba D'Arno. Non c'è nulla di vernacolare nel suo linguaggio eppure bastano alcune espressioni toscaneggianti a creare un clima di confidenza, di calore familiare: "I pomodori erano nel campetto…": un operaio lavora "avanzatempo", che è diverso dal dire "nel tempo libero": e così "brezzettina" invece di "venticello" e poche altre tipiche espressioni locali.

Sarebbe interessante fare un'analisi soprattutto del mondo giovanile che compare in questi racconti, e anche del mondo femminile, delle tante giovani spose e delle ragazze che troviamo. Leggere i racconti di Toni alla luce dei mutamenti avvenuti in Italia tra gli anni Cinquanta e l'esplosione del '68 sarebbe un'interessante griglia interpretativa. Da essi, in filigrana, possiamo scoprire come, dopo la società provinciale, repressiva e poco dinamica degli anni Cinquanta, si passa alla "modernizzazione" che ne seguì. Alcuni racconti di Toni fanno emergere, mediante alcune rapide notazioni, i cambiamenti avvenuti nel comportamento, specialmente femminile, e nelle psicologie e negli stili di vita. Balza agli occhi per esempio il tema del sesso, il bisogno di una maggior libertà sessuale, segno delle nuove esigenze etiche e di costume, e di inquietudini esistenziali che l'autore registra nell'esperienza comune e alle quali riesce a dare ascolto la sua vivace sensibilità attenta ai mutamenti sociali e al bisogno, manifestato soprattutto dalle donne, di abbandonare le abitudini sonnacchiose della provincia.

Ma non si creda che la narrativa di Toni indulga ad un realismo di taglio ottocentesco. Le sue acute notazioni sociologiche sparse qua e là nei racconti derivano da un gusto del tutto "novecentesco", che in qualche modo assomiglia alla poetica del "subliminale", di cui furono maestri narratori come Cancogni e Cassola agli inizi della loro carriera negli anni quaranta. Un brano come questo è oltremodo significativo: "C'è un'anima sottile, una ragione nascosta nelle cose. Sono difficili le analisi, a qualcosa arrivano gli scrittori… col tempo alcuni, diciamo i Minori?, ci restituiscono l'ideologia, i più grandi ci danno sostanze, spessori, spunti continui per arrivare lì lì, a una Verità?... Non so come dire, tu mi capisci e mi stimoli…" (p. 114).