IL CRISTALLO, 2012 LIV 1 [stampa]

JEAN LOUVET, TRA DENUNCIA E SPERANZA

di NATAŠA RASCHI

Originario del Belgio francofono, Jean Louvet (1934) è un drammaturgo estremamente prolifico e quanto mai impegnato, da tempo al servizio dei valori della Wallonitudine, di quella cultura propria della zona di lingua francese del sud del Belgio. Fondatore nel 1961 del Teatro Proletario, che ha lo scopo di far conoscere a tutta la società le ragioni della lotta operaia, Louvet continua inesorabile la critica alla società borghese; in particolare oggi denuncia l'alienazione insita in quei luoghi anonimi e spersonalizzanti che sono gli ipercentri commerciali.

Tale denuncia è al centro della sua ultima pièce, Le chant de l'oiseau rare (Paris, L'Harmattan, 2012, in coedizione con L'Harmattan Italia di Torino), libro che include la traduzione italiana (Il canto raro del pettirosso), curata da Graziano Benelli, il quale firma anche la Prefazione.

Louvet ci affida qui un «testo di grande letterarietà e di acuta riflessione, e come tale continua a sfidare il suo tempo, a interagire con la nostra epoca» (Prefazione, p. 23) al fine di «far fronte alle nuove esigenze: quelle della lotta degli oppressi, ma anche quelle delle necessità dell'arte» (Ivi, p. 24).

In questa pièce moderna, composta di quindici quadri di diverso respiro, l'azione si colloca presso il Centre Commercial Hermès, meglio conosciuto con il suo acronimo C.C.H., contenitore disumanizzato e disumanizzante in cui i clienti non sono persone, ma semplicemente automi che calcano un suolo su cui tutto ha un prezzo: il dio denaro tutto può o tutto distrugge.

Persino gli amori iniziano e finiscono senza tenerezza alcuna, perché l'unico collante si identifica con il potere d'acquisto. Spazio artificiale e ovattato, la temperatura è costantemente monitorata e i rumori esterni neutralizzati:

 

Bisogna controllare la temperatura, deve essere ottimale in tutto il Centro. E non dimentichi di neutralizzare i rumori esterni, il pericolo di incidenti nei corridoi. Curate bene le fontane, i nenufari, le palme. Sobrietà, soft. (p. 113)

 

Si potrebbe dire un gioco, un sogno, o piuttosto un incubo, dal momento che ogni scambio si rivela angosciante. Non esistono orologi, il tempo si è fermato inesorabilmente, è sempre uguale a se stesso, scandito soltanto dalle luci artificiali e dagli orari di apertura e di chiusura.

I personaggi sono stereotipati e stilizzati al massimo e trasmettono al lettore un profondo senso di alienazione, di oppressione psicologica, in quanto esclusivamente dediti a miseri bisogni materiali e non più a sogni di elevazione culturale. Il quadro totale rivela una realtà diffamante, una sorta di enorme scatola chiamata a riempire i vuoti esistenziali di ognuno, dal fitness alle vacanze.

La scena si apre con l'Imprenditore e con la Guardia giurata che si soffermano sul cliente-tipo, al quale non bisogna mai parlare di debito, ma esclusivamente di credito:

 

Crede che lui sia all'altezza delle nostre aspettative?
Potrebbe esitare nel compiere grandi acquisti?
Non usi la parola "debito". Dica "credito". (p. 43)

 

Obiettivo: fidelizzarlo, ricordandogli persino i compleanni. Un certo François Cordier si presenta da subito come l'unico personaggio con caratteristiche ben precise e non assurto a tipo; mosso dai messaggi pubblicitari e attratto dal gusto comune, agisce per imitazione.

Nel delirio di onnipotenza dei responsabili, persino gli obesi vengono esaltati, esclusivamente per interesse economico: «Guardi quanti obesi, è magnifico! Che fonte di profitti!» (p. 117). Entrare in possesso di qualcosa alla quale si era aspirato per lungo tempo può avere addirittura un effetto orgiastico sui frequentatori ormai spesa-dipendenti. L'oggetto del desiderio tanto agognato e infine soddisfatto ne catalizza l'esistenza, perché è solo l'uso che conta. Non c'è ricerca né preparazione, basta lasciarsi andare e seguire la massa; una febbre, insomma, una mania della quale non si può fare a meno, in grado di azzerare i sentimenti:

 

Mia moglie non poteva impedirsi di comprare, di comprare sempre. Tutto ciò che vedeva, lo voleva, era per lei. Come una bambina. Mi sono trovato pieno di debiti, fino al collo. Non poteva far a meno di comprare. Ho chiesto il divorzio. (p. 121)

 

Il crescendo che rappresenta questo mondo al contrario arriva fino all'undicesimo quadro, laddove si verifica l'inspiegabile rottura dello sciopero («Sciopero selvaggio, signore. Qualche ora. Qualche giorno, chissà»; p. 129), tanto inatteso quanto incompreso, perché scatena un senso di vuoto e di smarrimento, nell'impossibilità di accedere al Centro Commerciale («Non è possibile! Dovevate avvisare», p. 129). Da lì inizia la ri-conquista di personaggi, non più zombificati, ma agitati, indispettiti, persino arrabbiati da una parte, e dall'altra il delirio d'onnipotenza dell'imprenditore:

 

Ho chiamato la polizia, è un deterrente contro i picchetti di chi sciopera
Ho fiducia: rientrerà tutto nell'ordine. (p. 135)

Togliamo loro il diritto di scioperare.
Un esercito di poliziotti alle loro calcagna!
Tutti in tribunale!
Al fresco, se necessario! (p. 139)

 

Questi vorrebbe annullare il diritto di sciopero e impadronirsi del tempo dei propri clienti, per tenere definitivamente in pugno la loro vita:

 

Anche il loro tempo ci apparterrà, che è la cosa più preziosa.
Il loro tempo che galleggia come un sughero sull'oceano degli avvenimenti, impadronirci di quel tempo di cui non sanno cosa fare, quel tempo che non va da nessuna parte, che gira in tondo. Che vengano nel nostro parco giochi, nel nostro giardino d'infanzia, questo è l'essenziale.

 

Ulteriore elemento di rottura, dal forte potere attrattivo, è il canto del pettirosso, che ridà vita e colore a tutta la scena, fino al raggiungimento di un «desiderio che ha ripreso forma», attraverso un lirismo e una musicalità inaudite nel contesto precedente:

 

E stringo il mondo con la punta delle dita attraverso il biancospino intrecciato nella siepe selvatica del cespuglio del pettirosso.
[…]
Improvvisamente ritrovo tutto il mio desiderio
Fuggendo dal centro commerciale
Il mio desiderio rubato, disperso
Lo riprendo
Un desiderio intatto che ora mi spinge sulla schiena (p. 140).

 

Nel Tableau conclusivo la Ragazza che organizza lo sciopero riesce a sovvertire l'ordine apparente di quella gabbia che è il Centro commerciale e a smontare le pretese del Manager, che aveva appena urlato: «Siamo i nuovi dei / I creatori del nuovo mondo» (p. 155). Il richiamo del pettirosso è più forte di tutto e, di fronte alla scelta della ragazza, anche François, il cliente-medio, non saprà resistere. La seguirà correndo, forse in un anelito decisivo d'amore che significa riscatto e speranza finale.

Questa lingua minimale e asciutta, che Graziano Benelli traduce con abilità interpretativa, trasmette la percezione di spiragli di quotidiana modernità, la cui banale ripetitività confonde e amalgama la realtà del presente, pur lasciando fluire intense emozioni personali. Bivalenza dicotomica disseminata in significativi dettagli. Pensiamo al nome del Centro commerciale, quell'Hermès riconducibile al marchio francese del lusso più che al dio della mitologia classica, messaggero degli dei, protettore dei viaggiatori oltre che dei ladri (non a caso il verbo «rubare» è continuamente ripetuto). Pensiamo anche a quel particolare pettirosso, il cui canto non può non ricordare le antiche sirene, che indicavano la via della salvezza, oppure la fenice che sempre rinasce dalle sue ceneri.

Anche gli stereotipi religiosi vengono continuamente citati e rovesciati, perché Dio non è più l'oppio dei popoli. Ora questi popoli sono dominati dall'esigenza fisica di agguantare e possedere in una società completamente reificata. Un rovesciamento totale, visto che è una donna a guidare la rivolta e in un luogo in cui sono solo gli uomini a detenere le posizioni di comando e di controllo.

Per molte ragioni, un simile teatro riesce a scuotere nell'intimo e a toccare i nodi essenziali dell'esistenza umana; sfida il senso critico dello spettatore alla stregua di Brecht ed è disfattista e dissacrante come la sartriana Nausée, suggerisce Graziano Benelli (p. 9). La sensazione è che questo teatro arrivi di prepotenza a scatenare una profonda riflessione sulla nostra natura più nascosta e sulle diverse manifestazioni del nostro egoismo, quasi una metonimia del disastro economico che da una parte all'altra della Terra sta ora annientando tante vite umane.

Pièce non soltanto saldamente ancorata alla realtà, ma altresì profetica di una crisi mondiale i cui effetti devastanti si sono profilati nella più recente attualità. Ma in questo dramma è presente anche un barlume di speranza, le cose sono così nude e crude, ma potrebbero essere diametralmente opposte: bastasse davvero poter scegliere, l'uomo si riscoprirebbe inesorabilmente uomo.

Ecco allora che nel finale Jean Louvet svela la propria missione artistica: indicare la via della salvezza, per una speranza piena. Che bello sentire François esclamare: «Non ne ho più voglia. Ne farò a meno, sì. / Non ho bisogno di un ABX4» (p. 145). Ecco, non ha più bisogno di acquistare un nuovo prodotto, ovvero non è più spesa-dipendente, ma è finalmente libero, non più luci al neon sterili e artificiali, bensì luce piena, giorno, vita, canto.

Louvet apre a tutta una serie di suggestioni che ovunque e da sempre determinano il genere più ampio della poesia mondiale, perché è proprio dei poeti indicare quella retta via che sta a noi saper cogliere. Forse è necessario trovarsi nel buio più nero per riuscire a gioire della luce che disseta; così si disegna una nuova costellazione a cui il pubblico è chiamato a partecipare.