IL CRISTALLO, 2012 LIV 1 [stampa]

MARIO MASTRANGELO, Nisciuna voce/Nessuna voce,
Raffaelli Editore, Rimini, 2011, pp. 90

recensione di RENZO FRANCESCOTTI

Poeta nel dialetto di Salerno, con questo sua Nisciuna voce Mario Mastrangelo (esordendo vent'anni fa con 'E penziere 'r 'a notte) è approdato alla sua settima raccolta di poesie. Come scrive Franco Loi nella prefazione «Mario appartiene a una terra di cantori e a una lingua che ha un'antica tradizione poetica…», quella dei Giambattista Basile, Salvatore Di Giacomo, Ferdinando Russo, Raffaele Viviani, Eduardo De Filippo… Il dialetto salernitano appartiene all'area del dialetto napoletano, ma ha la sua specificità. E Mastrangelo l'ha valorizzata rivelandosi come uno dei poeti più significativi della regione campana e non solo. Che Napoli sia un territorio "musicale" come probabilmente nessun altro al mondo, il melodramma, la commedia buffa, le canzoni napoletane sono lì a documentarlo in abbondanza. E anche il lettore dei versi di Mastrangelo, anche se li scopre per la prima volta, è immediatamente colpito dalla loro musicalità. Un esempio per tutti: Com'a nu cuorpo 'e femmena â staggione, una lirica di undici versi in prevalenza endecasillabi, che ha la cantabilità di una canzonetta napoletana. E del resto, famosi autori di testi di canzonette come Ernesto Murolo, Rocco Galdieri, Libero Bovio sono ottimi poeti dialettali. Ma come conciliare, come dislocare questa cantabilità in un'epoca come la nostra, lacerata dalle dissonanze? A mio avviso Mastrangelo lo fa non rinunciando alla melodiosità del linguaggio, ma introducendo la frantumazione del messaggio. Linguaggio e messaggio sono di norma intrecciati ma possono essere, allo stesso tempo, disarticolati. Mi pare il caso di questo poeta salernitano. È una disarticolazione innanzitutto esistenziale: la presa di coscienza che esiste una realtà che dà retta ad altre leggi e serpeggia in te la paura «quanno capisce ca tu, sì, staje ccà / però appartiene anema e corpo a chella.» E allora, come è detto nella prima poesia dalle raccolta, che è ripresa dal titolo, citando la traduzione in italiano dei versi «…non ti viene / vicino melodia di canzone / che ti dica che stai / nel corpo di vertigine del tutto / non viene ad aiutarti una parola / capace di scorrere come sangue e fiume / assieme ai segreti che vuol far sapere.» Molte delle liriche di Mastrangelo appaiono dominate da un ccravone ' e tristezza (un carbone di tristezza). Il più clamoroso su questo versante è il testo in prosa lirica I vestiti di allora ed il fiato del vento (ne cito il titolo nella traduzione italiana, così come i versi) in cui il mondo è così kafkianamente definito: «Prigione di molti muri e molte sbarre, con cento porte che si chiudono spietate e torrette nere che gettano in terra ombre melmose, dove si nascondono sentinelle maligne, pronte a impedire la fuga anche dei pensieri. Con un orizzonte che è un altro castello, con il cielo che nasconde altre inferriate. Filo spinato di giorni che ci succedono eguali come il passo del soldato negli androni. (…) Prigione il mondo, dalle molte anime crocifisse alla rassegnazione, dalle troppe esistenze che s'accontentano di un piccolo volume d'aria…»

Il rischio, il limite di un visione totalmente pessimista come questa è a mio avviso, l'autolamentazione, il catastrofismo, la voluttà della totale sconfitta. Per fortuna Mario Mastrangelo sa sottrarsi a una condizione che rischia di divenire patologica, irreversibilmente. Ed ecco, ad esempio, le sue mirabili poesie d'amore come Quanno m'abbracce oppure Sì acussì dolce e càvera (calda), in cui appaiono versi fascinosi come questi (in italiano): «Sei così dolce e calda che se levo / le mani da dove l'ho seminate, / trovo attorno a ogni dito una matassa / bianca e spumosa di zucchero filato.»

E al corpo della donna così come all'estate (stagione che rappresenta l'apice della solarità campana, mediterranea, Mastrangelo affida la rivelazione, l'epifania. Così come nella conclusione della poesia Come un corpo di donna nell'estate (che per comodità - ma insieme come riscontro della tenuta anche in altro linguaggio - cito nel linguaggio nazionale): «Il cielo sopra noi sta preparando / un momento assai raro / ove s'avete pienezza di vita / che s'accorda col resto della creazione/ e fa sacro il piacere, / come un corpo di donna nell'estate».