IL CRISTALLO, 2012 LIV 1 [stampa]

AA.VV., Tradurre la letteratura. Studi in onore di Ruggero Campagnoli,
a cura di Graziano Benelli e Manuela Raccanello,
Firenze, Le Lettere, 2012, pp. 196

recensione di FRANCESCA PISELLI

Questo bel volume, dedicato a Ruggero Campagnoli, raccoglie dieci pregevoli saggi inerenti la traduzione letteraria in vari ambiti tra cui quello classico, francese e francofono, tedesco, russo e rumeno. I contributi spaziano dalla critica e/o dalla storia della traduzione in Italia, all'analisi di grandi romanzi, passando attraverso gli aspetti teorici e metodologici. Ai curatori, Graziano Benelli e Manuela Raccanello, apprezzati traduttori e studiosi nel campo della critica, oltre che della storia della traduzione (ricordiamo il recente volume Il cavallo e la formica. Saggi di critica sulla traduzione, a cura di Graziano Benelli e Manuela Raccanello, Firenze, Le Lettere, 2010, pp. 176), si deve anche la Presentazione del volume stesso (pp. 5-6) e l'accurata scheda bio-bibliografica di Ruggero Campagnoli (pp. 7-20).

Il documentato-saggio di Graziano Benelli è incentrato sulla traduzione poetica ("Diego Valeri traduttore di La Fontaine", pp. 21-35). In particolare lo studioso si sofferma sulla versione italiana con testo a fronte delle Fables, pubblicata da Valeri, noto poeta, saggista e traduttore, con il titolo Quaranta favole (Firenze, Sansoni, 1952 e ristampata nel 1988, presso l'editore Le Lettere). L'analisi è condotta con rigore analitico, senza concedere «quei privilegi di cui generalmente [la traduzione d'autore] ancora oggi gode» (p. 22). Dopo un'attenta osservazione della teoria traduttiva di Valeri, Benelli esamina la versione di Le Corbeau et le Renard/Il Corvo e la Volpe, favola che apre il volume (la prima nell'originale è, com'è noto, La Cigale et la Fourmi, che Valeri sceglie di non tradurre). Le libertà di Valeri nei confronti del testo di partenza (TP) - l'edizione italiana è più lunga di ben sei versi, oltre a certe aggiunte ingiustificate e precisazioni non richieste - lasciano intuire che la sua traduzione non si pone problemi di scientificità (p. 34). Quest'ultima s'inserisce piuttosto «in quell'ampio esercizio estetico» (ibidem) individuale che è alla base non solo del Valeri poeta, ma anche del docente universitario. Questi si sente quasi in dovere d'intervenire «didatticamente» (ibidem) per agevolare la comprensione dei testi, per guidare il lettore «almeno alla soglia del mistero poetico» (ibidem).

Per quanto riguarda la teoria e la prassi del tradurre poetico nel Settecento, si segnala il valido contributo di Giulia Cantarutti ("Ars Translationis nell'Italia Arcadica. Con un inedito Discorso intorno al tradurre" (1770), pp. 37-56). Lo studio muove da una riflessione sulle traduzioni italiane, attraverso la mediazione del francese, degli Idilli di Salomon Gessner (1730-1788), il poeta di lingua tedesca più amato del XVIII secolo e anche di buona parte del XIX secolo. Questi vanta una nutrita schiera di traduttori, tra cui Giulio Perini, Aurelio de' Giorgi Bertola, Francesco Soave e Antonio Coffani. La tesi di Cantarutti è che i traduttori di Gessner, non solo mostrano «maturità critica» (p. 43), accompagnando la pratica del tradurre a una riflessione ponderata sull'Ars translationis stessa, ma che detta maturità debba riportarsi al denominatore comune rappresentato dalla «loro lettura del genere dell'idillio nell'ottica dei Lumi europei» (ibidem). Interessante è poi il caso, indagato accuratamente nell'articolo, di Coffani, traduttore di Gessner rimasto inedito, che affida al Discorso intorno al tradurre, inserito dopo la sua versione italiana degli Idilli e riportato in appendice al saggio di Cantarutti (pp. 49-56), le sue considerazioni sulla «somma difficoltà» del «tradur bene» (p. 42).

Lo stimolante intervento di Paola Maria Filippi ("La critica della traduzione fra storia e prassi. Salomon Gessner e Andrea Maffei: importanza di due recensioni", pp. 57-72) è dedicato alla critica della traduzione. La studiosa fa una disamina di due recensioni stilate rispettivamente da Pietro Borsieri (1788-1852) per Il Conciliatore nel 1818 - notevole, sottolinea la studiosa, che un'opera del passato, grazie a una scrittura innovativa, riesca ad attirare l'attenzione di una simile rivista - e da Paride Zajotti per la Biblioteca italiana nel 1820. La recensione di Borsieri ha come oggetto la prima edizione degli Idilli di Gessner nella trasposizione di Andrea Maffei (1818), mentre quella di Zajotti prende in considerazione la seconda versione accresciuta del 1820. La valutazione di Borsieri è «documentata e circostanziata» (p. 65), con puntualizzazioni di ordine redazionale e con rilievi di carattere linguistico. Quest'ultima, rileva Filippi, induce Maffei a modifiche sostanziali nella successiva edizione degli Idillj del 1820. Zajotti, che recensisce, come detto, tale riedizione - pubblicata peraltro in piena temperie romantica - avanza suggerimenti traduttivi ed editoriali che, come si evince dalla premessa all'edizione del 1821, non rimangono inascoltati. Le due recensioni si trasformano così in «strumenti realmente incisivi sul processo traduttivo» (p. 72).

Collocabile nell'ambito della storia della traduzione, il denso articolo di Anna Maranini ("Traduzioni-interpretazioni rinascimentali di epigrammi palatini (Pio, More, Lily). Lusso e lussuria tra bagni, vino e amore", pp. 73-93) muove dai Progymnasmata Thomae Mori et Guilielmi Lilii sodalium, un gruppo di componimenti in latino inseriti nel De optimo reipublicae statu deque nova insula Utopia di Thomas More (1478-1535), a partire dalle edizioni di Basilea del 1518 e 1520 (mancano nella princeps del 1516). La fortuna dei Progymnasmata (esercizi retorici di preparazione allo stile oratorio usato nella pedagogia scolastica, p. 79) è comprovata dalle tracce manoscritte che anonimi copisti lasciarono su edizioni di opere di altri autori (p. 74), come i marginalia scritti a lato degli epigrammi latini che Giovan Battista Pio (1460/64-1540/48) fece stampare dopo l'opera di Rutilio Namaziano (V sec. d.C.), dal titolo De reditu suo, apparsa a Bologna nel 1520. Dal confronto tra i testi originali antichi e la traduzione moderna emergono discrasie legate all'utilizzo di forme traduttologiche rinascimentali, come l'interpretatio ex carmine, un genere di traduzione-interpretazione assai diffuso, che «metteva in evidenza solo il concetto morale ed era indipendente dalla fedeltà al testo originale» (p. 79). Un simile esercizio era utilissimo per riportare a nuova vita valori morali ed etici antichissimi, mediati attraverso la sensibilità rinascimentale.

Con l'interessante saggio di Annafrancesca Naccarato ("Filosofia delle immagini e traduzione. Il caso de La poétique de l'espace di Gaston Bachelard", pp. 95-116) si resta nell'ambito della critica della traduzione. La studiosa analizza la funzione di alcune figure - metafora, metonimia e sineddoche - in La poétique de l'espace (1957) di Bachelard. Il corpus è costituito dall'originale e da due traduzioni italiane pubblicate rispettivamente nel 1975 (G. Bachelard, La poetica dello spazio, trad. it. a cura di E. Catalano, Bari, Dedalo, 1975) e nel 2006 (G. Bachelard, La poetica dello spazio, trad. it a cura di E. Catalano, revisione a cura di M. Giovannini, Bari, Dedalo, 2006). Pur essendo entrambe a cura di Ettore Catalano, nel caso dell'edizione più recente siamo in presenza di una revisione, quella appunto di Mariachiara Giovannini, che costituisce un ulteriore testo d'arrivo (TA). L'esame attento delle scelte dei traduttori diventa essenziale per vagliare il grado di restituzione del contenuto complesso degli enunciati figurati del TP, nonché delle forme di ricategorizzazione semantica che questi comportano. Il saggio si giova di numerosi esempi e mostra che le figure retoriche non costituiscono una proprietà specifica della lingua letteraria e della poesia (p. 115), ma possono svolgere funzioni ben precise anche in altri ambiti, come, nel caso in questione, quello filosofico. L'analisi contrastiva evidenzia che non sempre la traduzione restituisce il contenuto complesso degli enunciati figurati, anzi in certi casi apporta cambiamenti che trascurano le specificità del TP e che non dipendono dalle differenze tra lingua d'arrivo e lingua di partenza (p. 115).

La traduzione poetica è al centro anche dell'ampio studio di Alessandro Niero ("Tempo non più di antologie, ma di una antologia: considerazioni sulla poesia russa del secondo Novecento tradotta in italiano", pp. 117-131). Questi passa in rassegna sei antologie o scelte di poeti russi tradotti in italiano dalla perestrojka di Gorbacëv in avanti. La panoramica inizia con i due volumi, editi nel 1987, dal titolo Realismi a cupole d'oro. Antologia della poesia contemporanea dell'URSS (Catania, Edizioni Prova d'Autore, 1987-1988) e si conclude con Poeti russi oggi (a cura di A. Alleva, Milano, Scheiwiller, 2008), che presenta autori nati tra il 1935 e il 1974. Nel mezzo si collocano varie pubblicazioni, tra cui Antologia europea. Le prospettive attuali della poesia in Europa (a cura di F. Doplicher, Roma, Quaderni di Stilb, 1991), che presenta una nutrita sezione di poeti sovietici, un numero della rivista Ritmica (1993) che antologizza le voci poetiche della nuova Russia, oltre al volume, stampato dieci anni dopo, intitolato La nuova poesia russa, curato da Paolo Galvagni (Milano, Crocetti, 2003) che, sottolinea Niero, rappresenta «a tutt'oggi […] la bussola meno approssimativa per orientarsi in Italia nel territorio della poesia russa del secondo Novecento» (p. 122). Altri contributi rilevanti risalgono al 2005, quando appaiono l'antologia Tra i ruderi di Groznyj. Il conflitto ceceno nella poesia russa (a cura di P. Galvagni, Lecce, Manni, 2005), una scelta di poeti, dal titolo La nuovissima poesia russa (a cura di M. Martini, tr. di M. Martini e V. Ferraro, Torino, Einaudi, 2005) e un numero monografico della rivista In Forma di Parole (n. 2, aprile-giugno 2005). Dopo tutte queste antologie, argomenta lo studioso, sembra ormai giunto il momento di una antologia che si configuri anche come una raccolta delle traduzioni in italiano. Qualche passo è stato compiuto in questa direzione con Antologia della poesia russa (a cura di S. Garzonio e G. Carpi, Roma, La Biblioteca di Repubblica, 2004).

Altro fenomeno d'indubbio interesse nell'ambito degli studi sulla traduzione è l'autotraduzione. L'attenzione degli studiosi verso quest'ultima è abbastanza recente ed è solo da un decennio che gli si riconosce l'attenzione che merita (si pensi al recente convegno "Autotraduzione. Testi e contesti", Bologna, 17-19 marzo 2011). Il bel contributo di Paola Puccini verte proprio sull'autotraduzione, con particolare riferimento all'opera di Marco Micone, drammaturgo e traduttore quebecchese di origine italiana ("L'autotraduzione in Marco Micone: incontro con l'autore", pp. 133-142). L'intervento si fregia tra l'altro della trascrizione dell'incontro con lo scrittore, volutamente condotto in italiano e in francese. Micone è sollecitato a riflettere sul rapporto fra traduzione allografa e autotraduzione, sull'autotraduzione come atto di creazione e sul rapporto con la lingua madre. Nel caso dell'opera dell'autore quebecchese, puntualizza la studiosa, tutto si lega e «la produzione del drammaturgo completa e prolunga quella del narratore, mentre il lavoro di traduzione nutre e prepara quello dell'autotraduzione» (p. 134). In ambito traduttivo, sostiene Micone, l'assoluta fedeltà è impossibile e «par conséquent, à des degrés divers, toute traduction est une adaptation» (p. 139). L'autotraduzione stessa è, consapevolmente o meno, «une adaptation, […] toujours en recherchant une nouvelle cohérence» (ibidem).

Il brillante saggio di Manuela Raccanello ("Su qualche aspetto di Le père Goriot nelle traduzioni italiane", pp. 143-164) analizza le traduzioni del celebre romanzo di Balzac, uscito in Francia nel 1835. Le rese traduttive esaminate sono nove e vanno proprio dal 1835 (Scene della vita parigina. Papà Goriot, Milano, Gaspare Truffi e Socj, 1835) al 2004 (Papà Goriot, trad. di M. Cucchi, Roma, La Biblioteca di Repubblica, 2004). Per quanto concerne la scelta dei passi, vengono individuate due zones signifiantes del testo, ossia la frase incipitaria e un frammento descrittivo della Pension Vauquer (pp. 149-150). Le traduzioni appaiono in entrambi i casi piuttosto variegate. Di particolare interesse è l'analisi del passo che descrive la Pension Vauquer, ovvero la seconda zone signifiante selezionata da Raccanello, che si contraddistingue per «una icastica sequenza aggettivale in merito all'arredo» (p. 156). A un primo sguardo la cifra iperbolica di nove elementi aggettivali viene rispettata nelle traduzioni, salvo qualche eccezione. Ma è nella resa della successione degli aggettivi e della loro portata semantica che le risposte traduttive sembrano divergere, come dimostra Raccanello con dovizia di esempi. L'articolo si conclude con alcune annotazioni sulle versioni italiane del resto del periodo e con la bibliografia delle traduzioni del romanzo di Balzac.

Il suggestivo saggio di Anna Soncini Fratta ("Tradurre l'invisibile: la Belgité in Le Tueur Mélancolique di François Emmanuel", pp. 165-176) è dedicato all'analisi della versione italiana del romanzo Le tueur mélancolique dello scrittore belga François Emmanuel, edito a Parigi (Éditions La différence) nel 1995. Questo polar philosophique è stato tradotto da Stefania Ricciardi nel 2008 con il titolo Killer malinconico (Edizioni Carte Scoperte). Soncini pone l'accento sulle difficoltà traduttive rintracciabili non tanto a livello linguistico (non sono presenti belgicismi eclatanti), quanto piuttosto sul piano culturale. Tutta la costruzione del testo vuole trasmettere «la visione della Belgité senza dirla; la ricerca di un'identità senza frontiere, formatasi attraverso il contrasto di una doppia appartenenza» (pp. 174-175). Quella stessa Belgité di cui per primo, ricorda la studiosa, ha parlato Ruggero Campagnoli, senza pretendere d'indicarne a priori il contenuto ("L'Arlecchino della belgité", in Arlecchino senza mantello. I fantasmi della "Belgité", a cura di A. Soncini Fratta, Rimini, Panozzo, 1993, p. 12). La cultura è spesso indefinibile, ma nella pratica traduttiva si pone il problema di come tradurre ciò che non può essere definito, o per dirla con Antoine Berman, l'invisibile (La prova dell'estraneo, Fermo, Quodlibet, 1997, p. 231).

Dal contesto belga si passa a quello rumeno con l'originale saggio di Gisèle Vanhese ("Dal sesso dei pronomi a un caso di sovradeterminazione traduttiva: Gemenii di Mircea Cartarescu in francese e in italiano", pp. 177-193), che studia la traduzione francese (Les Gémeaux, in Le Rêve, trad. dal rumeno da H. Lenz, Éd. Climats, 1992) e italiana ("I gemelli", in Nostalgia, a cura di B. Mazzoni, Roma, Voland, 2003) di Gemenii (Bucure?ti, Humanitas, [come parte del volume Visul, 1989] 2008), racconto incentrato sulla problematica dell'identità. Vanhese, attraverso l'analisi mirata di alcuni passi significativi, mostra come detta problematica si ripercuota a livello del discorso e implichi opzioni traduttive, sia in italiano che in francese, legate non solo alle scelte dei traduttori, ma anche alla specificità della lingua d'arrivo. Particolarmente interessante a tale proposito è la traduzione del genere dei pronomi, attentamente esaminato da Vanhese, che comporta per i traduttori non pochi dilemmi. Nel caso della resa francese di Hélène Heinz ciò porta anche a casi di sovra-determinazione traduttiva.

Gli studi che compongono il volume Tradurre la letteratura, grazie alla loro scientificità e completezza, sono in grado di trasmettere a quanti intendono specializzarsi nel settore della traduzione letteraria elementi metodologici e indicazioni storico-culturali d'indubbio interesse.