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Sonia Bellavia

Vienna e la Duse
(1892-1909)
 

Bari, Edizioni di Pagina, 2017, pp. 213.

Nel 1891 Hermann Bahr assiste a San Pietroburgo a un’esibizione di Eleonora Duse impegnata ne La moglie di Claudio di Dumas figlio. Ne rimane folgorato e scriverà: “È qualcosa che trascende il potere della parola”. L’incontro tra l’attrice e lo scrittore austriaco risulterà decisivo per la fortuna di entrambi. Da questo assunto si muove lo studio di Sonia Bellavia che ricostruisce e analizza i rapporti tra Vienna e la Duse (1892-1909) con rigorosa precisione storica nell’assunzione delle fonti e dei documenti d’epoca. Quello che emerge, oltre alla profondità dell’arte drammatica dusiana, è un suggestivo affresco del mondo teatrale viennese inquadrato nel vivo di una stagione irripetibile per qualità artistica e intensità creativa.

Nella capitale danubiana la Duse debutta al Carlstheater nel febbraio 1892 con la compagnia condivisa con Flavio Andò. Presenta i suoi cavalli di battaglia, dalla Signora delle Camelie di Dumas a Fedra di Sardou e Casa di bambola di Ibsen. Bahr racconta che “fece un effetto irresistibile” per l’eleganza gestuale e la declamazione realistica; per Hugo Wittmann colpisce soprattutto “l’interiorità della recitazione, che consentiva lo sguardo, nei momenti importanti, verso la grandezza e in tutte le profondità dell’animo umano”.

La consacrazione è posticipata di qualche mese. Al ciclo di spettacoli primaverili assiste Hofmannsthal, secondo il quale la Duse non recita il testo, bensì ciò che sta “in mezzo al testo”, non pronuncia semplicemente la parola, disegna con la voce “tutto l’evento psico-fisiologico che precede il formarsi della parola”.

Bellavia segue come un’ombra gli spostamenti dusiani: ripercorre le recite trionfali al Neues Deutsches Theater di Praga, il ritorno a Vienna con Cavalleria rusticana di Verga, la tournée al Lessingtheater di Berlino dove si fa applaudire anche nella goldoniana Locandiera. Uno spettatore d’eccezione come Hauptmann ricorderà la Duse come “la più grande impressione d’attrice” in circolazione. Con le recite del biennio 1893-1894 la Divina conquista le due capitali dello spettacolo tedesco in accesa rivalità, la “vecchia” Vienna amante della fantasmagoria di eredità barocca e la “nuova” metropoli berlinese. Ma lo stile asciutto, la voce sibilante e i movimenti essenziali del repertorio dell’attrice italiana alimentano maggiormente l’immaginario austriaco. Nel 1895 al Theater in der Wien colleziona altri trionfi con Casa paterna di Sudermann.

Nel nuovo secolo l’estro artistico della Duse è interpretato alla luce delle esplorazioni freudiane della psiche. Lo stesso Bahr, autore di fondamentali scritti e articoli a lei dedicati, recepisce la sua recitazione come “qualcosa di più forte di quanto un gesto o una parola potessero mai esprimere, […] qualcosa che agiva di per sé” simile alla trance ipnotica. Tuttavia gli spettacoli ottengono valutazioni critiche contraddittorie: scatenano entusiasmi La Gioconda di D’annunzio in scena al Burgtheater mentre, nel 1902, Francesca da Rimini risulta un fallimento controbilanciato dal successo de La città morta. Si tratta di un declino che accelera nel periodo 1904-1909 tanto che quando ritorna a Vienna nel 1923 trova una accoglienza a lei sconosciuta, tra freddezza e indifferenza. In mezzo c’era stata la Grande guerra.

Vienna e la Duse è un libro luminoso che appassiona il lettore perché la scrittura adottata dalla Bellavia, limpida e di certosina precisione, estende la ricostruzione storica dal teatro alle altre coeve manifestazioni culturali in un intreccio che sembra esso stesso un vincente e intrigante copione teatrale.

                                            di Massimo Bertoldi

 

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