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Il teatro dei gesuiti.
La pedagogia teatrale,
la scena europea,
il teatro di evangelizzazione

di Giovanni Isgrò


Bari, edizioni di pagina, 2021, pp. 228.


In parte oscurato, a livello storiografico, dallo spettacolo rinascimentale e barocco, il teatro dei gesuiti manifesta una sorprendente vitalità artistica e creativa che concorre a definirlo come «il fenomeno più complesso e ricco di varianti del panorama europeo (e non solo europeo) dei secoli XVI e XVII e di parte del XVIII». È da questa considerazione che si enuclea la meticolosa e puntuale ricerca condotta da Giovanni Isgrò.

A partire dalla sua fondazione, la Compagnia di Gesù capisce che il teatro, piuttosto che demonizzato e vietato, può diventare un mezzo e strumento formativo potentissimo per l‘educazione morale, spirituale e morale.
Non sorprende, quindi, trovare la voce teatro nelle sua varie declinazioni negli studi curricolari dei collegi d’Europa, veri e propri epicentri culturali e sorta di “laboratori permanenti” di pratiche legate alla drammaturgia testuale e a quella performativa attraverso esercizi di memoria e di recitazione di dialoghi e commedie.

Assumendo spunti e indicazioni dagli Esercizi spirituali del fondatore Ignazio di Loyola, gli attori, come i danzatori e i figuranti, filtrano il personaggio di competenza in un processo di interiorizzazione spirituale che rivive il Verbo divino, diventando motus animi. È questo il grande impulso innovativo prodotto dalla pedagogia teatrale gesuitica, che Isgrò segue nelle sue manifestazioni organizzando una sorta di avvincente viaggio storico-geografico.

La partenza è fissata al Collegio Mamertino di Messina, dove fu allestito nel 1558 il Philoplutus di padre Francesco Stefano, uno spettacolo embrionale perché ricco di ingredienti e soluzioni estetico-formali poi diffuse e approfondite a Palermo, in parallelo a quanto si stava affermando in Spagna. Qui i gesuiti si concentrano maggiormente sullo spettacolo all’aperto e dettato dalle ricorrenze religiose, tra le quali domina la festa del Corpus Christi.

La diffusione capillare dell’ordine in Italia e in Europa alimenta lezioni teoriche e espedienti scenici tanto originali quanto eterogenei: perciò si avverte la necessità di disciplinare i vari linguaggi attraverso precisi e canonici riferimenti teorici e pratici. In merito, come bene spiega Isgrò, risulta fondamentale il ruolo epicentrico assunto dalla scuola gesuitica del Collegio Romano.

Per capire meglio in che modo il teatro gesuita si dimostri permeabile e capace di radicarsi nel territorio, assumendone i linguaggi dello spettacolo in uso e poi rivisitandoli secondo i propri canoni espressivi e spirituali, è utile leggere le tante testimonianze seicentesche raccolte nel corso del Seicento in Spagna, Italia, Francia, Germania, Polonia, Portogallo. Indicano la grande capacità di compiere azioni missionarie anche in modo itinerante elaborando, di volta in volta, sofisticati ed efficaci sistemi comunicativi e di persuasione, sempre legati al linguaggio dello spettacolo, diffusi nelle piazze, campagne, quartieri popolari.

Non meno trascurabile e significativa si presenta la declinazione del teatro nel progetto di evangelizzazione e conversione dei popoli del mondo extraeuropeo che Isgrò segue lungo un percorso che considera il contatto dell’ordine con gli Indios in Mexico, in Perù e Paraguay.
Se in America l’esperienza dell’Ordine di Gesù, oltre che spirituale e religiosa, fu anche culturale e assistenziale, contribuendo ad alleviare in parte la povertà delle classi popolari, ben diverso e assai tormentato risulta il bilancio dell’impatto con il Giappone, culminato nei primi anni del XVII secolo nel martirio di migliaia di religiosi e nella distruzione di tutti gli edifici deputati all’esercizio delle fede cattolica.


                             di Massimo Bertoldi

 

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