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Fuori dai cardini
Il teatro italiano negli anni del primo conflitto mondiale

di Armando Petrini

 

Novara, Utet, 2020, pp. 155


«Questo studio – spiega Armando Petrini – non si propone di descrivere ciò che accade nel teatro durante la Prima guerra mondiale ma di verificare se e quali siano le assonanze, i rimandi, le intersezioni fra le trasformazioni epocali che la Grande guerra porta con sé e il mutare del teatro nel primo Novecento». Quelli attentamente esaminati, sono anni di rotture e di contrasti tra il vecchio e il nuovo di pensare e realizzare l’allestimento che rimbalzano dalla drammaturgia (Pirandello, i Futuristi, Chiarelli) ai processi produttivi dello spettacoli, dall’emergere di una nuova generazione di critici (Gramsci, Gobetti, d’Amico) al contatto inedito tra cinema e teatro.

La guerra provoca scosse telluriche nel già traballante sistema teatrale italiano e innesta nuovi percorsi strettamente legati alle temperie belliche. In merito Gramsci nel 1916 scriveva: «Si ha l’impressione che il mondo sia uscito dai cardini e sia sospeso a mezz’aria». Inevitabili sono il calo di pubblico e la riduzione degli incassi, la chiusura delle sale e, aspetto non trascurabile, l’arruolamento di molti attori, tanto da compromettere l’esistenza di diverse compagnie, soprattutto minori, unitamente ai decreti governativi che ostacolano non poco la già precaria prassi itinerante. Lo Stato promuove nel 1917, caldamente, il cosiddetto Teatro del soldato, ossia recite nelle zone di guerra: in diverse località del Carso i militari si raccolgono intorno ad un palcoscenico ligneo sul quale recitano attori di grido come Ermete Novelli, Tina di Lorenzo, Ermete Zacconi, Ruggero Ruggeri, Leopoldo Fregoli.

Esaurito questo quadro generale, Petrini focalizza l’attenzione sull’attore, individuando le figure più rappresentative di una grande trasformazione in atto che si muove dal graduale declino del Grande Attore di tradizione ottocentesca. Questo avviene a partire dalla recitazione naturalistica di Zacconi basata sulla manipolazione testuale a uso mattatoriale che la guerra rende, in un certo senso, inattuale e quindi aspro bersaglio da parte della critica militante. Scrive, tra i tanti, Gobetti: «Il teatro di domani dovrà essere diretto da poeti dispotici, che sappiano ridurre gli attori a strumento il più possibile passivo».
La sobrietà espressiva di Ruggero Ruggeri rappresenta invece una sorta di dialettica tra continuità e discontinuità: la sua poetica della sottrazione diventa cifra estetizzante, evidente nelle interpretazioni dannunziane e shakespeariane in cui la sensibilità lirica convive con la misura del gesto e della parola.

Attrice «colta» e «intellettuale», Emma Gramatica si distingue per una presenza scenica intensa e energica vicina al realismo, dal tono malinconico di derivazione cerebrale. Il suo è un atteggiamento di resistenza romantica all’ammodernamento e all’industrializzazione della scena italiana.
Febo Mari si qualifica come attore poliedrico e specchio del suo tempo, nel suo impegno tra cinema e teatro dove si si rivela come applaudito attore di opere dannunziane, segnatamente de Il ferro considerato da Petrini un passaggio decisivo per la sua pur breve carriera artistica.
Infine incontriamo la centralità della poesia propria di Ettore Petrolini, espressione di libertà performativa nell’interpretazione delle sue figure parodistico-grottesche. Controcorrente, si sarebbe detto una volta, al tempo del teatro militante.

Fuori dai cardini è un contributo scientifico importante per cogliere i cambiamenti in atto nella società italiana al tempo della Prima guerra mondiale, non solo dalla prospettiva analitica dello spettacolo ma anche del sistema culturale nel suo insieme, con le sue contraddizioni e ambiguità connesse alle tensioni verso il cambiamento.

 

                        di Massimo Bertoldi  

 

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